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8 giugno 2009
Cambio di indirizzo
Questo blog si è trasferito su:
http://statoemercato.wordpress.com/
Vi aspetto lì!
Stefano Feltri
| inviato da stefanofeltri il 8/6/2009 alle 20:0 | |
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8 maggio 2009
La Bce e la crisi: non è affatto finita

Nel caso ce ne fosse bisogno, l'intervento di ieri della Banca centrale europea conferma che qualunque ottimismo sulla crisi finanziaria è prematuro. Il governatore Jean-Claude Trichet ha annunciato la riduzione del tasso di riferimento dell'Eurozona all'uno per cento, e ha lasciato intendere che si può scendere ancora. Cioè fino al tasso zero o quasi, come la Federal Reserve americana.
E se questa è una buona notizia per chi ha un mutuo a tasso variabile (risparmierà altri 15 euro al mese) dovrebbe preoccupare tutti gli altri: anche se il petrolio ha ricominciato a crescere e le economie europee non precipitano più alla stessa velocità, la Bce dimostra di temere di più la recessione e l'instabilità finanziaria che l'inflazione, cioè il grande nemico nei tempi di crescita economica. L'Eurotower si è detta pronta anche ad acquistare 60 miliardi di covered bond, obbligazioni bancarie garantite, per sostenere gli istituti di credito che faticano a trovare fiananziamenti sul mercato. Un accenno di quantitative easing, la politica monetaria non convenzionale, che seppure non creativo come quello americano, indica che la Bce considera questi ancora tempi straordinari che richiedono misure straordinarie.
Il problema è che le regole - sia quelle scritte che quelle implicite derivanti dalla cultura tedesca dominante nella Bce - impediscono alla Banca centrale dell'Eurozona di acquistare buoni del Tesoro degli stati nazionali, come fa la Fed per farne scendere il prezzo, o titoli di credito delle imprese. Se le cose dovessero peggiorare ancora, e non è escluso che lo facciano, la Bce avrà quindi meno armi segrete da estrarre della Fed. Finora questo limite è stato mascherato da tassi d'interesse sempre più alti di quelli americani, che si potevano sempre tagliare per dimostrare capacità di azione. Ancora poco e questa leva sarà inutilizzabile. Per dirla come l'Economist, le munizioni saranno finite e resteranno solo le baionette.
E dopo?
Nel bene e nel male la Bce ha già dimostrato di essere più rigida della Fed e, soprattutto per il riflesso pavloviano tedesco di opposizione a ogni iniziativa che un domani potrebbe stimolare l'inflazione, non sembra di poter condurre un'efficace politica monetaria con le baionette.
dal Riformista del 8 maggio © 2009 il Riformista
| inviato da stefanofeltri il 8/5/2009 alle 11:48 | |
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7 maggio 2009
Berlusconi: le banche fanno troppi utili
Secondo Palazzo Chigi gli istituti di credito, nella recessione, hanno il compito di sostenere l'economia, non di fare profitti.

Per il Governo le banche non sono aziende normali. Lo ha ribadito il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Porta a Porta, in un intermezzo della discussione sul suo divorzio da Veronica Lario: «Credo che gli istituti bancari stiano facendo utili molto elevati perfino eccessivi». Il Governo ha «i fari accesi» sul settore del credito.
Perché in una situazione di crisi finanziaria ed economica le banche che fanno utili dopo (e grazie anche) ai Tremonti bond e alla garanzia statale sui depositi bancari e annunciano trimestrali non strepitose ma comunque senza andare in rosso, destano sospetto. Le parole di Berlusconi non sono una concessione all'astio verso i banchieri che ha animato le proteste di piazza nelle ultime settimane, ma il timore della “sindrome giapponese”. «Fa bene il premier ad esercitare forte pressioni sul sistema bancario affinchè non faccia mancare il proprio sostegno alle imprese, soprattutto a quelle piccole e medie» ha detto ieri Stefano Saglia, che per il Pdl segue il settore del credito. L'idea è che le banche abbiano delle responsabilità sistemiche: che senza il loro impegno a erogare credito e a sostenere l'economia le politiche economiche del governo perdano efficiacia, come è successo in Giappone nel suo “decennio perduto”, che ormai è diventato un quindicennio. Parte della politica economica, di fatto, è quindi esternalizzata alle banche.
Negli ultimi mesi la linea di costringere le banche a preoccuparsi del benessere generale (e diventare così, un po' tutte, “banche per il Paese) si è tradotta nei vincoli accessori ai Tremonti bond e, prima ancora, nella Robin Tax. Le obbligazioni sottoscritte dal ministero del Tesoro che permettono alle banche di rafforzarsi nel patrimonio e risultare più credibili in Borsa e le mettono in condizione di erogare più credito. Ma impongono a chi le richiede di sottoporsi alla sorveglianza dei prefetti, cioè del Governo, che vigileranno che il capitale pubblico serva a lubrificare l'economia e non a gonfiare gli utili. La Robin hood Tax è il balzello sugli extraprofitti ideato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti per colpire banchieri e petrolieri quando ancora la congiuntura economica non era degenerata e l'emergenza era il prezzo del petrolio e l'inflazione. Sulle banche agisce limitando la deducibilità degli interessi passivi, cioè quelli che la banca paga ai correntisti, e quindi - a catena - riducendo gli utili. Gli scettici dicevano che sarebbe stata inutile perché i banchieri avrebbero scaricato a valle sui clienti i costi maggiori che dovevano subire. È ancora presto per capire qual'è stato l'effetto netto, bisogna aspettare l'approvazione definitiva dei conti 2008. Il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha sempre avversato questo genere di interventi, prima contestando la Robin Tax poi ottenendo un ruolo decisivo di Bankitalia nel processo di sottoscrizione dei Tremonti bond e ridimensionando il peso del codice etico che le banche si impegnano ad approvare quando ottengono i capitali pubblici.
L'idea che le banche in tempo di crisi devono preoccuparsi più del Paese che degli azionisti non è solo italiana: il premier inglese Gordon Brown ha duellato a lungo con banche come Lloyds che, beneficiarie di nazionalizzazioni parziali e sostegni pubblici, rifiutavano di trasferire sui clienti gli effetti benefici dell'intervento statale. Negli Stati Uniti è nato un piccolo scandalo per la decisione del gruppo assicurativo Aig di usare denaro pubblico per onorare impegni di credito con banche come Golman Sachs invece che convogliare tutto il denaro pubblico verso i clienti. Ma le esigenze politiche si scontrano con quelle della Borsa: il primo risultato che gli interventi anticrisi dei governi hanno ottenuto è stato arrestare la caduta dei prezzi delle azioni delle banche. Gli investitori venivano rassicurati dal sostegno statale che faceva presagire un ritorno all'utile in tempi rapidi.
Ora quell'utile è arrivato.
dal Riformista del 7 maggio © 2009 il Riformista
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credito
utili
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| inviato da stefanofeltri il 7/5/2009 alle 12:25 | |
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6 maggio 2009
La mafia dietro le pale dell'eolico
Tempi lunghissimi della burocrazia e subappalti consentono alla criminalità di lucrare sugli impianti.

Ieri le pale degli impianti eolici siciliani sono finite in prima pagina sul Financial Times. Non si parlava (solo) di economia, di costi e benefici, ma anche di mafia, e dell'inchiesta che il pubblico ministero palermitano Roberto Scarpinato sta conducendo a Palermo, Trapani e Agrigento. Obiettivo: capire se, come e quanto la mafia è riuscita a infilarsi nel business eolico siciliano. Solo la Puglia ha più “aerogeneratori” (cioè impianti eolici) della Sicilia: 782 contro 777, che producono rispettivamente 946 e 791 megawatt di energia. Il corrispondente in Italia del FT Guy Dinmore denuncia sul giornale che a Corleone, una delle capitali siciliane della mafia, dozzine di generatori languono immobili, senza un filo di vento, tanto la loro funzione l'hanno già adempiuta: far scorrere fiumi di soldi al momento della concessione dei permessi amministrativi e della costruzione.
Ci sono due momenti, infatti, in cui il processo di sviluppo di un impianto eolico diventa opaco e a rischio di condizionamenti ai limiti della legalità. Dopo l'individuazione tecnica del sito su cui costruire gli aerogeneratori (che comunque non è un processo semplice e in cui tutte le parti, politica inclusa, sono disinteressate), inizia l'iter amministrativo per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie. Sono coinvolti oltre 40 enti diversi prima di arrivare al nulla osta definitivo. Un calvario burocratico che secondo la legge dovrebbe concludersi entro 180 giorni ma che nella realtà dura fino a tre anni, cioè 1095 giorni. Qui si inseriscono i facilitatori, specialisti del sottobosco politico-amministrativo che si adoperano per ottenere i permessi che poi rivenderanno con un sovrapprezzo alle compagnie che davvero hanno mezzi e capacità per costruire gli impianti. A febbraio, nell'operazione Eolo della procura di Palermo, sono state arrestate otto persone vicino a Trapani proprio con l'accusa di essersi inserite per conto di ambienti mafiosi nel processo di concessione delle licenze amministrative, per lucrare sulla successiva vendita a compagnie italiane e straniere e - dicono i pm - con la complicità di alcuni funzionari pubblici sarebbero state falsate le gare per ottenere le convenzioni per la costruzione dei parchi eolici. «La maggior parte dei parchi eolici in questa provincia non funzionano ma c'è una richiesta da parte delle grandi compagnie energetiche che li comprano chiavi in mano perché devono fatturare in settori di energia alternativa», ha dichiarato Giuseppe Linares, capo della squadra mobile di Trapani dopo gli arresti. L' operazione Vento,a Mazara del Vallo (Trapani), ha scoperto un commercio di voti e permessi di costruzione di impianti, con un coinvolgimento diretto della mafia fino, forse, al superlatitante Matteo Messina Denaro, considerato il capo di Cosa Nostra.
Già Salvatore Cuffaro, prima di dimettersi per una condanna in primo grado e la successiva elezione a senatore, da governatore della Sicilia aveva bloccato la concessione di nuovi permessi, con il risultato di far lievitare il valore di quelli in fase di assegnazione e il prezzo per il lavoro dei facilitatori, il più famoso dei quali è Vito Nicastri, imprenditore di Alcamo che si occupa di ottenere le autorizzazioni e poi cederle a buon prezzo (lo citava già l'Espresso in un'inchiesta di un anno fa). Oltre alla fase di ottenimento dei permessi amministrativi, l'altro momento in cui il business eolico è esposto a infiltrazioni dell'economia illegale e - soprattutto in Sicilia - della mafia è il momento della costruzione dell'impianto. Fatto 100 il costo di un parco eolico, 80 è la quota per comprare i macchinari, le pale, dalle aziende specializzate. Ma il restante 20 sono le cosiddette “opere civili”, i lavori collaterali che preparano l'insediamento degli impianti e che possono essere subappaltati a imprese locali, con il rischio che parte dei soldi e dei finanziamenti (pubblici e, sia pure indiretti, degli utenti finali che pagano un sovrapprezzo nella bolletta tradizionale per incentivare le rinnovabili) finisca ad aziende legate alla mafia.
Gli operatori del settore spiegano che comunque si tratterebbe delle briciole, visto che il costo degli impianti impone la forma del project financing: un sistema di finanziamento usato per le grandi opere che implica una presenza a lungo termine delle banche che prestano la parte principale del capitale necessario e che, vigilando sul progetto molto da vicino, dovrebbero garantire che i capitali vengano usati a scopi esclusivamente produttivi. Raffaele Lombardo, il governatore siciliano che ha sostituito Cuffaro, ha annunciato un piano di microfinanziamenti pubblici per incentivare i privati a sviluppare i propri (piccoli) impianti solari ed eolici, così da ridurre il rischio di contagio mafioso.
dal Riformista del 6 maggio © 2009 il Riformista
| inviato da stefanofeltri il 6/5/2009 alle 18:23 | |
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6 maggio 2009
Crisi? Quale crisi?
Quando si esulta per uno zero significa che non si è ancora tornati alla normalità. I dati diffusi da Confcommercio ieri sul mese di marzo, però, invitano a un cauto (molto cauto) ottimismo: per la prima volta da maggio 2008 i consumi hanno frenato il loro crollo. La domanda di beni è cresciuta di poco (+0,3), quella di servizi è un po' diminuita (-1,2).
Da qui a dire che il peggio è alle spalle ce ne corre. I dati sono miracolati dalla Pasqua, che stimola sempre le spese, dagli incentivi statali all'auto che hanno mascherato un crollo dei consumi nel settore della mobilità, e dal bisogno di ottimismo che spinge a vedere ogni bicchiere non solo mezzo pieno, ma quasi traboccante. Ieri il ministro dell'Economia Giulio Tremonti si è addirittura prodotto in un tentativo di esultare per le stime europee (-4,4 per cento) e in una tautologia dell'ottimismo: conti pubblici «depurati dalla congiuntura negativa» non sono poi così male. Senza la crisi, insomma, il Pil non sarebbe in caduta libera, i consumi non sarebbero fermi da un anno e la pressione fiscale non sarebbe salita, anche se le entrate crollano.
Peccato che la crisi ci sia.
Anche se, ci dicono i dati di Confcommercio, i consumatori si ostinano a rimuoverla (la fiducia torna a salire) e, come Tremonti, hanno deciso che è il momento di pensare positivo.
dal Riformista del 6 maggio © 2009 il Riformista
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ottimismo
| inviato da stefanofeltri il 6/5/2009 alle 16:12 | |
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5 maggio 2009
Ecco perché l'ottimismo è sbagliato
Nonostante quasi tutti i numeri dicano che la recessione si sta rivelando molto peggio del previsto, resiste un certo ottimismo. Tremonti e Almunia sperano di aver toccato il fondo e che ora si cominci a risalire. Intanto la crisi sparisce dai giornali.

A ogni nuova previsione macroeconomica diventa più difficile capire su quali basi si regge l’ottimismo che circola in questi giorni. Ieri sono arrivate le stime della Commissione europea: due mesi fa Bruxelles diceva che il Pil italiano sarebbe sceso del 2 per cento nel 2009, oggi parla del 4,4 per cento. Ancora peggio di quanto aveva calcolato il Governo nella Relazione unificata di economia e finanza, le ultime previsioni ufficiali del ministero del Tesoro diffuse sabato che parlavano di una recessione da meno 4,2 per cento. Nonostante questo il ministro dell'Economia italiano, Giulio Tremonti, che due mesi fa chiamava «corvi» gli economisti di Confindustria che parlavano di -2,5 per cento, ha detto: «I numeri sono buoni per l'Italia, il governo ha fatto bene. Se avesse fatto diversamente avrebbe causato più crisi». E anche il commissatio europeo agli affari monetari Joaquin Almunia ha accennato un invito all'ottimismo: «l'economia non è più in caduta libera e potrebbe esserci una stabilizzazione nel 2010».
L’attività economica «continuerà a declinare per la maggior parte dell’anno, sebbene muovendosi gradualmente verso una stabilizzazione», si legge nel testo della Commissione. Anche se avesse davvero toccato il fondo, tutti si aspettano che l’economia resti piatta nel 2010: secondo il governo l’Italia crescerà dello 0,3 per cento, secondo Bruxelles dello 0,1. Ma la storia recente delle previsioni nella crisi dimostra che se in due mesi le stime possono variare anche di due o tre punti percentuale, immaginarsi la situazione di qui a un anno è davvero, come ha detto una volta Tremonti parlando delle stime (da lui non gradite) della Banca d’Italia, «un mero esercizio congetturale».
Tra gli economisti continua però il dibattito su quanto si debba essere preoccupati dei dati che emergono. Robert J. Gordon, sul sito voxeu.org, presenta una sua ricerca sull’andamento nella disoccupazione: ne emerge che negli Stati Uniti il picco della disoccupazione misurata su base settimanale è stato raggiunto il 4 aprile, da allora ha iniziato a scendere. Potrebbe essere un “massimo locale”, come dicono gli economisti (cioè dopo una breve discesa la disoccupazione potrebbe salire più di prima), ma potrebbe anche essere il momento in cui l’economia americana ha toccato il fondo e si è data la spinta per risalire. Storicamente, scrive Gordon, ci sono pochissimi falsi positivi: se la disoccupazione tocca il picco e poi comincia a scendere, è il segnale che il peggio è alle spalle. «Più passano le settimane senza che si tocchi un nuovo picco, meno è probabile che si assista in futuro a un brusco peggioramento della situazione», sostiene Gordon. Negli Stati Uniti, oltre al mercato del lavoro, comincia a migliorare la situazione del mercato immobiliare (grazie agli aiuti pubblici alle banche che ricominciano a concedere mutui): è notizia di ieri che per la prima volta da settembre la spesa per costruzioni è tornata a salire, di poco (0,3 per cento), nonostante gli analisti temessero nuovi cali.
Non tutti riescono però a vedere il bicchiere mezzo pieno, visto che prima che la crescita torni a far risalire il Pil mondiale, la recessione potrebbe creare danni strutturali difficili o impossibili da riparare. Complicando il processo di ripresa. Soltanto tra dicembre 2008 e febbraio 2009 il commercio mondiale è crollato del 14 per cento: «Al momento il commercio sembra una vittima della crisi, che però riflette altre debolezze, nella domanda e nel settore creditizio. I paesi che subiscono gli shock nel commercio sono anche quelli che subiranno il colpo più duro dalla recessione», ha scritto l’economista Joe Francois, ex-Wto.

Ma in Italia, che pure è un paese esportatore e quindi destinato a soffrire più di alti del crollo del commercio internazionale, prevale il bisogno di ottimismo. Francesco Daveri, sulla voce.info, ha calcolato che la parola “crisi” sta scomparendo dalla stampa: a febbraio figurava in 3068 lanci dell’agenzia Ansa, a marzo in 2904, ad aprile soltanto in 1300. In un mese si è volatilizzata dai titoli dei grandi quotidiani nazionali: da oltre trenta titoli dedicati alla crisi nell’ultima settimana di marzo si è scesi a 14 tra il 13 e il 19 aprile, quando si conclude l’analisi. A parte la Borsa (che è quasi ritornata ai livelli di inizio anno), però, non si ha notizia di indicatori macroeconomici che giustifichino un cambiamento così drastico di atteggiamento.
dal Riformista del 5 maggio © 2009 il Riformista
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previsioni
| inviato da stefanofeltri il 5/5/2009 alle 15:53 | |
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5 maggio 2009
Opel. Breve storia dell'azienda di biciclette finita a produrre i camion di Hitler
Con il “ranocchio” verde la società che fu di Alfred Opel motorizza i tedeschi e attira la General Motors, che se la compra nel 1929. Dopo ottant'anni la crisi definitiva, per sua fortuna in un anno elettorale.
 (Uno dei loghi storici, questo del 1899. Cambia molto spesso)
Nel 1929 il regno di Alfred P. Sloan alla General Motors è iniziato da sei anni. Prima della grande crisi le cose vanno bene e l'inventore del management moderno decide di espandersi: la sua filosofia è comprare marchi già affermati, aziende che funzionano e con un loro mercato, per non dover costruire da zero una nuova società. In Germania c'è un'azienda che sembra ideale per un'acquisizione, costa anche poco: 26 milioni di dollari.
L'ha fondata Adam Opel nel 1862, per produrre macchine da cucire, ma da allora è cambiata parecchio. Quando Opel muore nel 1895 e la compagnia passa alla moglie Sophie Scheller il business principale è già diventato quello delle biciclette, vera passione dei loro cinque figli. Nel 1899 arriva la prima auto, nello stabilimento che diventerà l'equivalente di Mirafiori per la Fiat, quello di Russelsheim, in Assia, a 600 chilometri da Berlino. Il primo modello, “System Lutzmann”; sembra ancora una carrozza, ma senza cavalli. All'azienda tedesca manca l'esperienza, quello che oggi si chiama know-how, quindi affida parte della produzione a Darracq, un'impresa francese, e i primi modelli prodotti insieme hanno entrambi i marchi. Quando arriva General Motors Opel ha imparato a costruire macchine. Le sue vetture vincono le competizioni sportive, dove si possono sperimentare le tecnologie innovative. Nel 1924 fa il salto con un progetto da un milione di marchi d'oro (non è ancora esplosa l'inflazione che distruggerà la repubblica di Weimar). I risultati sono all'altezza delle attese. La produzione a catena di montaggio, copiata più che dalla Ford dalla vicina Citroen, permette di diventare più rapidi ed efficienti, e di lanciare sul mercato la 4/12PS, più nota come “Ranocchio”. Verde, economica, modello torpedo, con il cofano lungo e aggressivo e il tettuccio apribile, diventa l'equivalente tedesco della Ford T americana. Solo che è verde, non nera. In poco tempo il suo prezzo passa da 4500 marchi a 1990, premessa per una motorizzazione di massa (per gli standard dell'epoca: se ne vendono 120mila esemplari in sette anni). Quando nel 1929 General Motors compra l'80 per cento delle azioni, Opel è il primo costruttore tedesco con una quota di mercato del 37,5 per cento.
 (Adam Opel)
Nel 1930 Opel comincia a produrre autocarri in Brandeburgo, ma non abbandona le auto - ovviamente - e l'Olympia raccoglie l'eredità del Ranocchio, diventando nuova auto delle masse teutoniche. Quando arriva la guerra, Opel è il primo costruttore europeo, grazie anche al successo della nuovissima Kapitan (bombata berlina di lusso), ma nel 1940 Adolf Hitler decreta: d'ora in avanti dalle officine del Reich usciranno solo camion per supportare l'esercito. Una fabbrica tecnicamente di General Motors, simbolo del capitalismo americano, produce i veicoli su cui vengono trasportate truppe e munizioni di Hitler. L'aviazione americana considera le fabbriche Opel un obiettivo strategico, tanto che nel 1944 bombarda e distrugge lo stabilimento in Brandeburgo e mutila quello di Russelsheim. Solo nel 1947 inizia il ritorno alla normalità, proprio là dove si era arrestata: dal sogno di benessere nelle linee morbide della Kapitan. Ed è proprio una Kapitan l'esemplare numero 2 milioni, nel 1956.
Poi Opel sembra perdere parte della propria spinta propulsiva, ripiegandosi sul mito del successo passato. L'unica eccezione è la Kadett, spigolosa e non particolarmente piacente, che completa il processo di motorizzazione di massa (oltre un milione di esemplari venduti). Negli anni settanta, dopo aver dato ai tedeschi auto di fascia media per decenni, Opel cerca di competere con i grandi marchi internazionali nel segmento più remunerativo, quello delle vetture di alta gamma, con la Commodore, la Senator e la Monza. Non va benissimo. Con l'arrivo degli anni Ottanta, quindi, si torna a puntare su quello che a Russelsheim sanno fare meglio: le auto medio-piccole, un po' sportive, economiche ma non pauperistiche come certe Fiat dell'epoca. Nel 1982, quindi, iniza la produzione dell'Opel Corsa anche a Saragozza, in Spagna. Nel 1986 arriva una berlina di successo, l'Omega (auto dell'anno), poi la Vectra e l'erede della Kadett: l'Astra. Modelli che continueranno a replicarsi, in varianti e riedizioni, per tutti gli anni novanta e nei primi duemila, con un tentativo di intercettare la domanda e l'opportunità di tecnologie verdi che culmina nel successo della Zafira.
Raccontata così quella di Opel sembra una storia di successi ininterrotti che non spiega perché oggi General Motors sia disposta a darla via gratis, pur di liberarsene. La crisi delle finanze aziendali (troppi debiti) diventa evidente nel 2004, quando il management tenta un piano disperato di risanamento: delisting, l'azienda viene tolta dalla Borsa e diventa una srl, tagli di personale e di costi. Sembra che ce l'abbia fatta. Poi arriva la crisi, le vendite crollano e si teme il fallimento. Con un unico colpo di fortuna: il disastro scoppia nell'anno elettorale. E con la grande coalizione al governo, nessuno può permettersi di lasciarla affondare.
dal Riformista del 5 maggio © 2009 il Riformista
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| inviato da stefanofeltri il 5/5/2009 alle 11:27 | |
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4 maggio 2009
Windows 7 e più webcam: così Microsoft reagisce alla crisi
Pietro Scott Jovane, amministratore delegato della filiale italiana dell'azienda di Bill Gates, spiega che il mercato del software regge e che la domanda in Italia è stabile, soprattutto per le tecnologie che servono a ridurre i costi. E a gennaio arriva il nuovo sistema operativo.
 Pietro Scott Jovane, quarantenne nato a Cambridge (Stati Uniti), è diventato amministratore delegato di Microsoft Italia nel pieno della crisi finanziaria, a luglio del 2008. Si è trovato a gestire la filiale italiana della società fondata da Bill Gates nel momento più difficile della sua storia recente, con la recessione e il crollo dei consumi, ma - spiega in questa intervista - a cercare bene si trova anche qualche opportunità nella catastrofe.
Come affronta questa crisi un'azienda come la sua?
Partiamo dai numeri: negli ultimi anni il settore dell'information technology è sempre cresciuto più rapidamente del Pil, anche nei momenti di difficoltà per il mercato tra il 2001 2002. A gennaio, per la prima volta, il gruppo Microsoft ha deciso di focalizzarsi su alcune aree di sviluppo (con una spesa in ricerca e sviluppo che cresce da 8 a 9 miliardi di dollari) e ha annunciato una riduzione personale di 5000 unità entro metà del 2010. In Italia c'è una domanda abbastanza costante dovuta al fatto che gran parte delle imprese non ha ancora completato il primo ciclo di informatizzazione. Nella crisi anche l'information communication technology sta comunque soffrendo: la tecnologia è stata una delle prime voci su cui le aziende hanno cominciato a riflettere. A partire da ottobre-novembre, però, molte aziende italiane hanno ritenuto la tecnologia una parte della soluzione e non del problema, anche se non mi aspetto che il mercato dell’IT cresca a due cifre nel biennio 2009 2010.
Che prospettive ci sono per il mercato italiano?
Il nostro punto di forza è che in una fase in cui le imprese cercano l'efficienza, la nostra tecnologia può offrire proprio questo: servizi migliori a costi inferiori. Molte aziende tagliano le spese per viaggio e trasferte, o riducendo semplicemente gli spostamenti o introducendo tecnologia che permette di fare le stesse cose senza spostarsi. E noi abbiamo soluzioni per soddisfare questa domanda: dalla condivisione di documenti alle videoconferenze alla tecnologia per migliorare l'efficienza dei server.
Ma oggi, con le banche sempre più prudenti a fare prestiti, le aziende hanno i soldi per investire in tecnologia?
Per risolvere questo problema abbiamo cominciato a offrire noi direttamente un servizio di finanziamento che consente alle piccole e medie imprese di avere subito le risorse per gli investimenti tecnologici, a prescindere da quale sia la percentuale di tecnologia Microsoft nel progetto da finanziare. Così non devono consumare le proprie linee di credito in banca. Voi puntate molto anche sulla pubblica amministrazione. Anche lì si avvertono difficoltà? Al ”Forum Pa” tra due settimane si potrà capire meglio il clima. Per il momento la strategia di Microsoft ha tre obiettivi: supportare il governo centrale, quello locale e il mondo della scuola. Il governo centrale: non ha grande disponibilità di risorse, quindi bisogna offrire prodotti che liberino risorse invece che consumarle. Ci sono processi farraginosi che se potessero essere upgradati, come diciamo in azienda, cioè digitalizzati in tempo breve, si possono migliorare. Lo abbiamo visto in un progetto sperimentale all'ufficio personale della regione Friuli Venezia Giulia: una volta digitalizzate gran parte delle attività, quell'ufficio riesce a risparmiare 500mila euro, la spesa per la carta è scesa del 90 per cento e sette persone su dieci che ci lavorano sono state rimesse a disposizione del cittadino.
E quali sono gli ostacoli?
Un aspetto critico è se ci sono abbastanza punti di contatto tra Internet e gli utenti della pubblica amministrazione o i clienti delle aziende. In Italia ben 13 milioni di persone usano il programma di comunicazione istantanea Windows Live Messenger. Ma gli altri no. Il mercato dei personal compurer, e quindi il grado di penetrazione potenziale delle tecnologie, continua a crescere, anche se è più dinamico nel segmento dei prodotti a basso costo. Un'altra questione rilevante è la percezione di sicurezza, perché troppo spesso le operazioni via Internet non sono considerate abbastanza protette e quindi vengono giudicate inaffidabili. Qualcuno ha suggerito che il governo potrebbe tagliare tutte le spese del G8 all'Aquila regalando una webcam agli altri sette leader, così da fare tutto in video conferenza. Lei cosa ne pensa? I tredici milioni di italiani che hanno Messenger hanno amici virtuali perché hanno amici reali. Non si può fare tutto soltanto online. Comunque il contenuto tecnologico è sempre più alto anche nei vertici internazionali.
Un'obiezione che molti fanno alla pubblica amministrazione - e a voi - è la seguente: ma se esiste la tecnologia open source, che si può usare gratis, perché bisogna pagare a voi le licenze?
Come azienda abbiamo adottato una politica di perfettà interoperabilità, cioè le nostre tecnologie sono compatibili anche con quelle open source. Una scelta che credo sia di grande responsabilità: così le aziende possono fare le scelte migliori per le proprie necessità dopo aver valutato con attenzione tutti i parametri, non ultimo quello del costo (open source infatti non è infatti quasi mai sinonimo di gratuito). Nelle pubbliche amministrazioni è poi estremamente importante che vengano applicati i principi della neutralità tecnologica. A Galatina, in provincia di Lecce, abbiamo promosso un progetto per potenziare con la tecnologia una scuola già considerata di eccellenza, l'istituto tecnico La Porta, e abbiamo sviluppato la nostra soluzione in ottica open source, per garantire la massima diffusione. Le richieste di iscrizione in quella scuola sono cresciute del 30 per cento.
Tra poco Microsoft lancerà una nuova versione di Windows, a pochissimo tempo dall'arrivo di Windows Vista. Perché?
Vista è stato lanciato un po’ meno di tre anni fa. Adesso presentiamo Windows 7: in rete abbiamo circa quattro milioni di installazioni della versione Beta, una versione di prova che condividiamo con un gran numero di utenti che vogliono darci un feedback. Stiamo per rilasciare le prime versioni migliorate baste sulle loro reazioni. Windows 7 è un prodotto che ha imparato dalle esperienze del passato. È nato per funzionare sui pc come li usiamo oggi e per come li useremo in futuro, sempre più interconnessi con altre tecnologie, dalle consolle per i videogame alle macchine fotografiche digitali. Risponde anche alla crescente domanda di interazione, non solo con mouse e tastiere ma anche direttamente con il video in modalità touch. Al più tardi dovrebbe essere in commercio a gennaio 2010.
dal Riformista del 3 maggio © 2009 il Riformista
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4 maggio 2009
Nei numeri del Tesoro la crisi c'è
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Tre giorni fa il ministro dell'Economia Giulio Tremonti dichiarava che «il peggio sembra alle spalle». Ieri mattina il suo ministero ha però diffuso la Relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica. La nuova previsione ufficiale del governo è che il Pil crollerà del 4,2 per cento nel 2009, la caduta si fermerà solo nel 2010 con una crescità dello 0,3 per cento. Il tasso di disoccupazione passerà dal 6,7 per cento del 2008 all'8,6 del 2009 e non rientrerà presto: secondo queste previsioni salirà all'8,7 nel 2010 e nel 2011 scenderà di pochissimo, all'8,5.
«Il quadro di finanza pubblica, un quadro che è stato impostato e stabilizzato nel luglio scorso con la “Legge finanziaria triennale”, conferma la sua tenuta», si legge nelle prime righe della Ruef. In realtà, nel Dpef 2009-2013 la tavola riassuntiva del quadro macroeconomico (pagina 15 del documento) indicava che nel 2009 il Pil sarebbe cresciuto dello 0.9 per cento - invece di crollare del 4,2 come dice oggi il Tesoro - mentre nel 2010 dell'1,2. «Le revisioni introdotte nelle previsioni di questa Relazione sono riconducibili sia alla disponibilità di nuovi dati storici, rilasciati dopo la presentazione dell’Aggiornamento del Programma di Stabilità [ultime stime ufficiali del governo, ndr] , sia all’evoluzione delle attese sul contesto internazionale», così si legge nella Ruef. Pierluigi Bersani, del Partito democratico, ha commentato: «Il governo si esercita nella comunicazione e induce un pericoloso conformismo nell'analisi della situazione. In realtà impresa e lavoro stanno soffrendo e le misure adottate fin qui non hanno concretezza». Dalla maggioranza replicano che queste previsioni indicano invece che il crollo sta finendo e si può cominciare a essere ottimisti. Tremonti aveva messo le mani, il 30 aprile: «il Dpef non costituisce oggetto preferenziale delle mie letture, della Ruef ho scritto una o due pagine e il resto lo leggo per dovere d'ufficio».
Le stime del governo, anche se riviste di molto al ribasso, restano comunque più ottimiste di quelle delle istituzioni internazionali: l'Ocse prevede un crollo del Pil del 4,3 per cento, il Fondo monetario del 4,4 (anche se nella Ruef è citata solo la previsione di gennaio che indicava -2.1). Per effetto della riduzione del Pil, crescerà anche la pressione fiscale (rapporto tra entrate fiscali e reddito nazionale): 43,5 per cento, in aumento dello 0,2 per cento.
Superato dalla cronaca, si è completamente dimenticato il dibattito che a inizio 2009 opponeva il ministro del Tesoro Giulio Tremonti e il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi. Oggetto dello scontro erano le previsione sulla gravità della crisi. Bankitalia diceva che la recessione quest'anno avrebbe fatto arretrare del 2 per cento il Pil. Tremonti aveva derubricato la stima a «esercizi congetturali», perché se l'avesse accettata avrebbe anche dovuto ammettere che i conti fatti durante l'estate per la finanziaria andavano rivisti. Venerdì il Tesoro ha pubblicato la Relazione unificata sulla finanza pubblica con le nuove stime ufficiali del ministero sull'economia. Pil: -4,2 per cento nel 2009. Due volte peggio di quanto sembrava inaccettabile pochi mesi fa. Il rapporto tra deficit e Pil crescerà al 114,3 per cento (se va bene, il Fondo monetario parla del 121). Ma non sono questi i dati più preoccupanti, visto che il rallentamento è generale. Nella tabella riassuntiva della Relazione si legge anche che il costo del lavoro nel 2009 crescerà del 2,2 per cento ma la produttività diminuirà dell'1,7. Traduzione: si pagheranno di più lavoratori sempre meno efficienti. E non si intravedono possibilità di migliorare, visto che gli investimenti fissi (a partire dai macchinari che servono proprio ad accrescere la produttività del singolo lavoratore) crolleranno di oltre il 10 per cento. Riassumendo. Tremonti ci dice che la recessione sarà due volte più grave di quello che pensava e che la nostra economia sarà sempre meno competitiva, anche per colpa della crisi. A questo punto ci si attenderebbe un grande piano strategico di risposta all'emergenza. Non dichiarazioni del tipo «il peggio è alle nostre spalle» (29 aprile).
dal Riformista del 1 maggio © 2009 il Riformista
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| inviato da stefanofeltri il 4/5/2009 alle 10:29 | |
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2 maggio 2009
Chiamparino: "Ha vinto il modello Torino. E adesso ci vuole anche Opel"
Il sindaco di Torino applaude l'operazione americana, trionfo del “modello Torino”, che dovrebbe spingere il Pd a interessarsi di nuovo a fabbriche e operai. Come ai tempi del Pci.
Sergio Chiamparino non ha mai amato parlare di “modello Torino”, ma se mai c'è stato un momento per farlo è adesso, con la Fiat che conquista Chrysler, sia pure in bancarotta. «Ma in queste cose la politica deve restare ai margini, al massimo a fare il tifo», dice al Riformista il sindaco torinese.
Il Lingotto si allea con un'azienda decotta e in bancarotta, ma sbarca in America. Che idea si è fatto di quello che sta succedendo, ha vinto la Fiat?
Poco più di quattro anni fa quando si parlava di Fiat si discuteva solo di salvataggi in extremis, invece oggi l'azienda torna a giocare un ruolo di player internazionale. È la dimostrazione che Fiat, ma anche il Paese, ha delle qualità e sa come sfruttarle. Certo, Chrysler è in bancarotta, ma in queste trattative conta chi ha il pallino in mano. Cioè Fiat. E comunque, anche se non ci dovessero essere ricadute immediate dall'accordo, questa operazione non costa nulla.
Come ha seguito il negoziato?
Mi sono tenuto informato ma nella più assoluta autonomia delle funzioni. Da una parte le istituzioni, dal'altra l'impresa. In momenti come questo non ha senso interferire.
Anche il Governo è rimasto a guardare.
Sì, ma è giusto così. Non sono questi i momenti in cui la politica deve avere un ruolo. Ritorno al tre agosto 2005, quando siamo andati nella sala verde di palazzo Chigi, noi delle istituzioni locali e i sindacati, a parlare con il Governo del futuro industriale della città. Quando si è discusso di Mirafiori, abbiamo presentato l'accordo che avevamo già raggiunto. E il Governo ha fatto scena muta. Noi abbiamo messo la Fiat in condizione di risalire, anche se il grosso l’hanno fatto Marchionne e gli azionisti. A partire da adesso, invece, il Governo dovrà agire. Bisogna riprendere quel tavolo che facemmo a palazzo Chigi, per capire cosa succederà agli stabilimenti italiani.
Teme ripercussioni negative in Italia e in Piemonte?
Non direttamente dall'accordo con Chrysler. Ma dalla crisi si uscirà con una riduzione della capacità produttiva. Quindi bisogna attrezzarsi per tempo alle nuove dimensioni del mercato. Non serve essere specialisti per capire che la domanda tirerà più in Cina che in Europa, quindi si deve ragionare sulla riorganizzazione della capacità produttiva anche se non siamo in una situazione di emergenza.
Il ministro tedesco dell'Economia Theodor zu Guttenberg ha avuto un altro approccio al risiko dell'auto. Mercoledì ha detto che per Opel c'è già un compratore, un messaggio chiaro per scoraggiare Fiat.
Ecco, questo è il segnale di una cattiva politica: stanno favorendo una cordata industriale che, da quel poco che si sa, per Opel è meno complementare di Fiat. Mi dispiace dirlo, ma è protezionismo mascherato.
Una Fiat che si fonde con Chrysler e, forse, si compra Opel rischia di tornare a quel gigantismo che ne ha determinato la crisi prima di Marchionne?
La forza di Marchionne è stata quella di non essere un uomo Fiat e vedere limiti e potenzialità dell'azienda con meno vincoli psicologici dic hi ci lavorava da decenni. Oggi ha ragione l'Economist: meglio essere ”hunter” che ”hunted”, cacciatori e non prede. Anzi, io mi auguro che Chrysler sia solo il primo passo, che il dossier Opel resti aperto e che dopo quello se ne aprano anche altri.
Questa trattativa ha riguardato la più grande impresa italiana e migliaia di lavoratori. Ma il Partito democratico non ha trasformato l'evoluzione dell'industria italiana in un tema di riflessione politica.
È vero, sia dalla nostra parte che a destra la politica industriale è rimasta un po' a margine del dibattito. Una volta, soprattutto grazie al Partito comunista, l'industria era parte del Dna della politica italiana. Anzi, non c'era politica economica ma solo politica industriale: soltanto quello che accadeva in fabbrica era rilevante, questioni come la politica monetaria e i tassi di interesse erano relegate ai margini. Oggi è tutto cambiato. Bisognerebbe tornare a fare un bagno nei problemi della fabbrica.
E il Partito democratico è in grado di farlo?
È una parte del nostro progetto. Io il mio contributo credo di averlo dato, come sindaco, con il raddoppio del politecnico di Torino, i campus tecnologici per legare università e impresa, la riqualificazione dell'impianto di Mirafiori il sogno di un distretto dell'innovazione. Con il modello della route 128 del Massachusetts.
In questa vicenda Marchionne ha dimostrato ancora una volta di essere un grande negoziatore, un capo azienda capace di ottenere risultati. Fra qualche anno potremmo vederlo in politica?
Per quello che lo conosco io, direi di no. E la politica, parlo soprattutto della mia parte, deve smettere di aspettare il soccorso rosso dall'esterno e cominciare a sviluppare da sola risorse. E leader. dal Riformista del 30 aprile © 2009 il Riformista
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| inviato da stefanofeltri il 2/5/2009 alle 11:21 | |
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